RADIO MAIGRET È UN TITOLO PERFETTO

Entro e vedo subito un uomo e una donna seduti in mezzo alla platea. Dicono che è successo qualcosa di brutto che non riesco a capire in una piazza dal nome francese, capisco che sono gli attori che stanno provando e allora mi allontano. Sono arrivato per primo e in anticipo e non sono molto bravo a farlo, mi siedo e inizio a pensare al titolo dello spettacolo: Radio Maigret.
È un titolo perfetto, sembra che queste due parole siano nate per essere messe una di fianco all’altra. Però che cosa vogliono dire ? Che cosa mi posso aspettare ?
Mentre penso a questo iniziano ad arrivare gli altri e arriva anche la nostra prof. che ci comincia a raccontare alcune cose sugli attori, Gloria e Maurizio, e poi ci chiede “ma i cani li avete visti ?” e no, non li avevamo visti. Zeno e Angiolina, i due Bichon Havanais di Gloria con i nomi-citazione a Italo Svevo, cani da teatro che non abbaiano. Inutile dire che noi ora riusciamo a guardare solo loro per un tempo infinito.
Ci riprendiamo e iniziamo a scambiare due parole con gli attori e con Andrea, il rumorista che prima avevamo visto dietro una foresta di microfoni. Storie sensazionali su incontri ravvicinati con rockstar, vita a Parigi, nonne che preferirebbero i nipoti ballerine (al femminile) che attori, Georges Simenon che è un autore sottovalutato, grandi nomi del teatro che ora iniziamo a conoscere, e ovviamente sui cani.
È per me una prima volta, non ho mai visto né letto un Maigret, l’attore è totalmente diverso da come mi immagino un investigatore francese che per me è sempre basso, rotondo e coi baffoni. Mi lascio trasportare dall’atmosfera un po’ surreale dello spettacolo, tratto da Il Morto di Maigret mischiato allo sceneggiato degli anni ’60 con Gino Cervi (con il commissario e sua moglie che si chiamano Signore e Signora tra di loro) e simile ad un radiodramma. Partecipo al giochetto interattivo col pubblico che deve cercare di indovinare alcune parti della storia, si vince un libro giallo ovviamente e come al solito perdo. Guardo il terzetto in scena e mi sembra che si siano divertiti un mondo a mettere su questa strana esperienza. Strana, ma coinvolgente.
                                                                         Nicolò Cretaro
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UN’ALTRA COSA

È un’altra cosa perché non avevo mai assistito ad uno spettacolo per bambini con un occhio un pelino più maturo. E l’ho fatto anche con l’aspettativa di dover fronteggiare un esercito di marmocchi indemoniati, e invece erano tranquilli e adorabili.
È un’altra cosa perché rivedere gli stessi tre artisti che avevo visto due giorni prima in Radio Maigret in vesti così diverse, ma sembrava si stessero divertendo un mondo anche stavolta.
È un’altra cosa anche perché, visto da uno che nutre un profondo amore per l’hip hop, i rapper reali adesso sono lontanissimi dal nostro MC Chipolla e dalle rime fiorecuoreamore, e meno male. Mikimix è diventato Caparezza.
Però a chi importa che lo spettacolo non è reale ? A me sicuro no perché mi ha divertito tantissimo e i bimbi intorno a me lo hanno adorato. Mozart MC HI-Energy è fantastico perché ci sono le silhouette dentro le scatole e la lavagna luminosa, perché insegna a tante piccole nozioni di storia e teoria musicale, perché quando la musica classica e l’hip hop si scontrano ne esce sempre qualcosa di buono, e poi per quello che succede alla fine, quello è fantastico.
                                                                                                    Nicolò Cretaro

Il fragile equilibrio del bionno e il niuru.

Ho scoperto di cosa trattasse lo spettacolo solo cinque minuti prima di arrivare.
Un monologo.
In Siciliano.
Penso a mia madre, ai miei nonni, ai mesi passati in Sicilia.
Entriamo quando le prove sono già cominciate. Sento urlare dall’attore parole che mi sono familiari: “RISGRAZIATU”, disgraziato, “uno, dui, tri, quattru”, uno, due, tre, quattro.
Vengo presa dalla frenesia perché mi sento di nuovo lì, nella mia casa a Castellammare del Golfo, con mio nonno che mi urla “sminzigghiata” perché volevo a tutti i costi mangiare sul balcone per vedere il sole tramontare nel mare.
Dopo la prova delle luci, ci facciamo una lunga chiacchierata con Giovanni Carta, l’attore, e  Luana Rondinelli, la drammaturga. Si parla di teatro, della condizione della drammaturgia italiana, si citano nomi che io non ho mai sentito nominare. Nonostante io mi senta terribilmente ignorante, continuo ad annuire con la speranza che nessuno mi faccia la fatidica domanda: “Lo conosci?”.
L’incontro termina. Giovanni, l’unico attore presente, deve andare a prepararsi.  Mi sento arricchita, affascinata e sto aspettando con ansia l’inizio dello spettacolo.
Il pubblico comincia ad entrare, le sedie a riempirsi. Alle nove quasi precise, le luci si spengono, tranne una.

A TESTA SUTTA 1

Giovanni è sul palco. Vengo rapita dalla sua figura, che è una e tante insieme. Gli occhi fissi sul palco, nel tentativo di captare cosa stia accadendo. Capisco poche parole, ma sono abbastanza per riuscire a seguire il susseguirsi dei fatti, dei discorsi. Giovanni sembra scomparire, lasciando spazio ai personaggi che lui stesso sta interpretando. Non vedo più lui, ma la madre, il biondo, il cugino “niuru con gli occhi niuri”, il padre. Ma loro non ci sono. Esistono tutti condensati in un unico attore.
Lo spettacolo è potente. Lo seguo senza distrarmi un attimo, dimentico del perché sono lì. Dovrei fare delle foto per lo storytelling, ma non ne ho voglia. Tutta la mia attenzione è diretta sul palco.
Poi la fine. Una fine tragica, ma allo stesso tempo liberatoria. La tensione accumulata si scioglie in applauso. Un applauso vero, spontaneo, sentito, meritato per Giovanni.
La storia raccontata è ispirata al passato di Luana, che ha vissuto in una piccola cittadina siciliana in cui i rapporti malsani tra debole e forte erano all’ordine del giorno. Lo racconta al pubblico, e la storia si carica di una caratura emotiva ancora più forte.
Paura, debolezza, discriminazione, diversità, la voglia di un’appartenenza, l’emulazione. Sono tutti temi che si condensano in A Testa Sutta.
Testa e piedi, piedi e testa. Un gioco che i due cugini fanno insieme. Vedere il mondo dal basso verso l’alto, per cercare di rendere le cose più belle, più particolari.

Ma in questo gioco è semplice perdere l’equilibrio.

E loro lo hanno perso.

Beatrice.

ALLA RICERCA DELLA BELLEZZA

Con l’obiettivo di andare in alternanza scuola-lavoro, arrivo all’Auditorium Colapietro di Frosinone per il primo degli spettacoli previsti dalla rassegna Nuovi Linguaggi a cui assisteremo e appena entro mi si para davanti questa scena: un uomo con una folta massa di capelli grigi seduto su un parallelepipedo nero urla parole che non riesco a capire e che quasi sicuramente non le trovi nel Vangelo, e un attimo dopo dice con una calma disarmante e una voce tenerissima <<ecco, qua accendi quello giallo dietro>>. Per una mezz’oretta io e i miei 5 compagni di sventure stiamo seduti e osserviamo: l’attore in scena, Giovanni Carta, immerso in dialoghi nervosi e frenetici, in situazioni che noi ovviamente non riusciamo ancora a capire e che ci appaiono totalmente slegate tra di loro, che passa continuamente da un personaggio ad un altro per poi tornare nei panni di sé stesso e dare all’aiuto regista, Silvia, le ultime indicazioni sui movimenti di luce, chiedendole di aggiungere un po’ di ghiaccio (e ancora devo riuscire a capire perché quel tipo di faro si chiamasse così) in un determinato momento. Che poi a dir la verità non c’era nessun cambiamento evidente, però in qualche modo l’atmosfera era cambiata e di brutto. Dopo un po’ decidiamo di uscire dalla sala temendo di essere d’intralcio, che poveretti già stavano cercando di provare con un sottofondo di pianoforte e “coro polifonico” dalla stanza accanto, se restavamo pure noi…

Rientriamo quando le prove son finite e finalmente possiamo scambiare due parole con Giovanni e con Luana Rondinelli, l’autrice del monologo alle cui prove abbiamo assistito e che andrà in scena tra qualche ora, “A Testa Sutta”, tra frappe e pizzette ci raccontano di come lui abbia avuto l’idea alla base dello spettacolo, di come si siano conosciuti, di quanto lui l’abbia corteggiata affinché fosse proprio lei a scrivere il testo del monologo, di come lei abbia superato il suo grande timore di scrivere per la prima volta di un personaggio maschile, della scelta di porre al centro del palco della cassa nera che ci dice essere un praticabile, “una cosa che non è niente e che può diventare tutto”, del numero di cambi di luce presenti nello spettacolo che cambiano di data in data, del figlio di Giovanni nato nello stesso mese del debutto, del grande successo ottenuto e dei premi vinti. Pian piano la conversazione (anche se a parlare parlavano soprattutto loro, noi ascoltavamo curiosissimi e ogni tanto azzardavamo qualche timida domanda) prende la sua strada che nel nostro caso conduce al Teatro Valle di Roma, una storia a noi sconosciuta, una storia di occupazioni da parte di gruppi di giovani attori e confische da parte del comune, che vede ancora oggi il teatro vuoto. La nostra ignoranza torna a colpire quando ci cominciano a parlare della situazione odierna del teatro, del pubblico che non è propenso ad apprezzare i testi degli autori contemporanei e che preferisce altre forme di teatro, nomi e titoli che noi non avevamo mai sentito nemmeno per sbaglio ma che gentilmente non ci fanno pesare, dai alla fine stiamo qua soprattutto per imparare. Nonostante questa situazione però Giovanni resta speranzoso, ci dice che secondo lui il teatro non è destinato a morire, vivrà finché vivrà l’essere umano, ora è sofferente, proprio perché è l’essere umano ad essere sofferente.

Si è fatta una certa ora e ci dobbiamo interrompere perché sta iniziando ad arrivare gente, noi iniziamo a scattare foto e a pubblicizzare l’evento sui social tra gli sguardi perplessi degli spettatori. Un arzillo signore mi si avvicina e mi chiede chi siamo e cosa stiamo a fare là, io gli spiego che siamo lì per un progetto di alternanza scuola-lavoro e quali sono i nostri compiti e non faccio in tempo a finire che mi chiede “ah ma ve fate pure paga’ pe’ ffà ssa cosa ?”, non sono sicuro di essere riuscito a convincerlo che non funziona così ma vabbè.

“perché secondo me le persone colorate bisogna perdonarle, sempre”

Inizia finalmente lo spettacolo e subito mi rendo conto che lingua sarebbe stata un ostacolo più grande di quanto mi aspettassi, infatti il dialetto siculo ha fatto un po’ a botte con il mio orecchio e direi che mi è sfuggita la metà del testo, ma tutto sommato non è stato un gran problema, era impossibile staccare gli occhi dal centro del palco dove stava ancora il praticabile che nel frattempo è veramente diventato qualsiasi cosa: un motorino, un divano, una sedia, e i vari personaggi in scena interpretati da Giovanni che ci girano intorno, ci salgono sopra, si sdraiano e si mettono “a testa sutta” e che quasi mai lasciano il centro del palco, sono infatti pochissimi i momenti in cui la scena si sposta verso i lati. E quando finisce lo spettacolo, quando finisce anche la discussione col pubblico che in un certo senso noi avevamo già vissuto prima dello spettacolo, dopo che anche noi ragazzi ci eravamo confrontati tra noi cercando di riempire le lacune che tutti noi avevamo nella comprensione dello spettacolo, cosa ci resta ? Ci restano delle frasi, quelle poche che magari si riescono a comprendere facilmente e che decidono che non devono più lasciare il tuo cuore, e ci resta una strana consapevolezza, la consapevolezza che una storia come questa per quanto a tratti possa sembrare quasi surreale è profondamente legata alla realtà, lì è nata e lì vuole ritornare.

 

Nicolò Cretaro

SCUOLA DI TEATRO

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SCUOLA DI TEATRO
per BambiniRagazziAdulti
Bambini: 6-10 anni
pre-adolescenti: 11-14 anni
ragazzi: 15-19
adulti: fino a 95 anni!
corso avanzato con un massimo di 10 allievi
PRIMO INCONTRO CON LEZIONI DI PROVA MERCOLEDI’ 5 OTTOBRE H 16.30

La scuola di teatro, laboratorio permanente, al suo terzo anno di piena attività, è stato il progetto di maggior successo, con iscritti da 5 a 75 anni.
La scuola è un modo per conoscere e approfondire un linguaggio, quello teatrale, attraverso vari metodi e approcci, ma anche un luogo di confronto, crescita e sperimentazione.

I corsi sono tenuti dai componenti della compagnia Errare Persona diretta da Damiana Leone (diplomata all’Accademia Naz.le d’arte drammatica S. D’Amico), e altri importanti professionisti dello spettacolo che di volta in volta visitano la nostra Officina, al fine di rendere il lavoro svolto altamente qualificato e stimolante.

La scuola rientra all’interno del più importante progetto di sviluppo dello Spettacolo dal Vivo nei territori, bandito dalla Regione Lazio e vinto dalla compagnia, che formata solo da professionisti dello spettacolo, lavora in Italia e all’Estero.

da ottobre a maggio con performance finale presso via Garibaldi angolo Chiesa dell’Annunziata, Grazie alla collaborazione di Ass. Cult. Vivi Frosinone Vivi Ciociaria

Giorni e orari: mercoledì dalle 16.30 alle 21.00, ma anche da concordare con gli iscritti in base alle loro esigenze!

pagamento mensile

 

I NOSTRI DOCENTI:
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DAMIANA LEONE
Studia fin da piccola musica e canto (presso il Conservatorio “L. Refice di Frosinone) per poi passare alla musica etnica e jazz e quindi alla recitazione. Nel canto studia la tecnica lirica, il canto antico, medievale e barocco, la tradizione mediorientale, sufi, iraniana, i canti dei balcani e del mediterraneo, la tradizione ebraica e il fado portoghese. Si laurea in Lettere presso la “Sapienza” di Roma, si diploma attrice presso la scuola CRESCO (Roma) diretta da Giuseppe Argirò, e nel 2007 all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” con il Master “Il Teatro e la Musica” presso il Teatro Stabile di Toscana con il maestro J. Sanchis Sinisterra. Lavora come attrice, cantante, pedagoga in Italia e all’estero, e negli ultimi anni anche come regista e drammaturga della compagnia da lei fondata Errare Persona. Ha studiato con: Giuseppe Argirò. Marina Zanchi, Tiberia De Matteis, J. Sanchis Sinisterra, Lorenzo Salveti, continuando con: Living Theatre, Yves Le Bretone e Lindsey Kemp, Germana Giannini, Emanuela Giordano, Teatro delle Albe, “Teatro Potlach”, Francesco Gigliotti, Emma Dante e Anton Milenin. Per la regia Teatrale e la drammaturgia con: Vincenzo Cerami, Valere Novarina, Lorenza Codignola, Paolo Magelli. Inoltre ha lavorato con. J. Sanchis Sinisterra, V. Novarina, Roberto Herlitzka, Paola Gassman, Giuseppe Pambieri, Luciano Virgilio, Edoardo Siravo, E. Sanguineti. Giuseppe Argirò, Gianni Perilli. Ha vinto il Premio Pirandello 2005, e il Festival “Chimere” di Amnesty International per la drammaturgia e regia dello spettacolo “Ninetta e le altre – le Marocchinate del ‘44”. Nel 2011 ottiene la menzione speciale presso il festival “Teatri del sacro” con lo spettacolo “Santissima Mia”. Collabora inoltre con la cattedra di Storia del Teatro della Facoltà di Lettere e Filosofia de l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Con la sua compagnia promuove il progetto di teatro Civile “racconta la guerra” incentrato sullo stupro di guerra. Nel 2013 entra nel gruppo di drammaturghi della biennale di Venezia diretto dal Dramaturg F. Borchmeyer. Dal 2014 è direttore dell’Officina Culturale della Regione Lazio Casa D’Arte e della Residenza artistica del Ministero dei Beni Culturali su Frosinone. Nel 2015 il suo spettacolo “Ninetta e le Altre-Le Marocchinate del ’44” è ospitato nel Festival In Scena A New York.

 

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PAOLA IACOBONE
Nel 2010, dopo essersi laureata con lode in Lettere e Filosofia presso l’Università di Roma “La Sapienza”, si trasferisce in Inghilterra dove decide di specializzarsi nell’Applied Theatre, seguendo un master presso la Central School of Speech and Drama di Londra. Tornata in Italia, ad Alvito dove aveva lasciato il cuore e dove ha scelto di costruire la sua famiglia, è attiva nel teatro sociale come conduttrice e regista, in particolare nel carcere di Cassino e in quello romano di Rebibbia femminile.Docente di italiano nelle scuole secondarie di I e II grado, collabora con diverse Study Abroad americane tenendo corsi universitari agli studenti in viaggio di studio in Italia. Dottoranda in Storia del Teatro Moderno e Contemporaneo presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, lavora ad una ricerca su Teatro e Carcere in Italia e Inghilterra. Appassionata da sempre di politica, a soli 21 anni la sua prima esperienza come consigliere di minoranza del comune di Alvito.

e anche RICCARDO AVERAIMO e GIOVANNI AVOLIO

 

NÒSTOS-RITORNO

nostosritornoERRARE PERSONA presenta

Spettacolo Cabaret

(Liberamente tratto dalla storia vera della ballerina Helen Lewis)

Con il patrocinio di ANEI presso la Casa della Memoria

Testo e Regia Damiana Leone

Con Damiana Leone e Barbara Mangano

Coreografie e movimenti Barbara Mangano

Disegno Luci Alessandro Calabrese

Costumi Sara Di Salvo

Musiche Tradizione Hiddish e Kurt Weill

Foto locandina Luciano Usai

 

Praga 1989. Una donna torna nella sua patria dopo un esilio durato vent’anni, è una nota ballerina boema fuggita a Parigi dopo la Primavera di Praga del 1968. Appena tornata ritrova sua sorella che ha preferito abbandonare la carriera di cantante pur di non lasciare la sua patria.

L’incontro mette in luce cosa rappresenti essere esule e cosa non esserlo, fa emergere verità mai confessate fino ad un viaggio a ritroso nella coscienza delle due donne. Entrambe avevano vissuto nell’unica impalpabile eredità lasciatagli dalla madre, ballerina ebrea sopravvissuta ai Lagher: il ballo e la musica.

Emerge così una realtà fin’ora poco conosciuta come quella degli spettacoli che venivano organizzati dai deportati stessi per i loro aguzzini; emblema di un orrore che si consumava, quelle rappresentazioni fungevano da violenza psicologica e propaganda anti-ebraica. Ripercorriamo il Cabaret della Morte.

MARTINA TESTA DURA

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TeatroViola e La Nuvola Rossa presentano

liberamente ispirato ad una fiaba di Gianni Rodari

con Federica Migliotti (narrazione), Chiara Fortini (arpa e canto), Sara Marchesi (canto e lavagna
luminosa
Canzoni originali: Francesca Ferri, liriche Raffaella Migliotti
Immagini Giordana Napolitano
Luci Paolo Civati
Supervisione alla narrazione Giovanna Conforto

Martina, una bambina vivace e curiosa, un giorno decide di scoprire dove porta la strada di cui da sempre in
paese si dice che “non va da nessuna parte”.Sarà proprio il suo essere così “testadura” che la spingerà a
compiere un viaggio di trasformazione in un mondo fantastico grazie al quale dimostrerà quanto è importante
credere nei propri sogni e nelle proprie idee. Lo storico racconto di Gianni Rodari “La strada che non andava
in nessun posto”, riprende vita in una nuova narrazione accompagnata dal vivo dal suono dell’arpa e dalla
magia delle immagini rarefatte e simboliche create in scena con la lavagna luminosa.
Compagnia TeatroViola di Roma si occupa di pedagogia teatrale per l’infanzia in numerose scuole romane e
di produzioni teatrali con particolare ma non esclusivo riguardo al mondo dei bambini. Riceve per i suoi
spettacoli: Premio della critica Ermo Colle 2010, Premio Otello Sarzi 2009, Premio Donna Mostra Donna
2009
La Nuvola Rossa di Roma è un’Associazione Culturale no profit, produce spettacoli e si occupa di didattica
delle arti visive organizzando corsi di formazione e laboratori creativi.